sabato 4 gennaio 2014

il Presidente della Repubblica, Juan Manuel Santos Calderón, ha chiesto perdono alla nostra Comunità di Pace



COMUNICATO 
DELLA
Comunidad de Paz de San josé de Apartadó


Il Presidente ci ha chiesto perdono

16 dicembre 2013

 Lo scorso 10 dicembre nell’ambito di una cerimonia al Palacio de Nariño per lanciare la Propuesta Política Integral de Derechos Humanos, il Presidente della Repubblica, Juan Manuel Santos Calderón, ha chiesto perdono alla nostra Comunità di Pace in questi termini:

“Da alcuni anni, dalla prima autorità della Nazione, sono state fatte accuse ingiuste alla Comunità di Pace di San José de Apartadó rispetto alle quali la Corte Costituzionale ha ordinato alla Stato, nella persona del suo Presidente, che fossero ritrattate. Oggi desidero, in questa giornata di celebrazione dei diritti umani, davanti al paese e al mondo, portare a termine questa smentita. E lo faccio con una ferma convinzione di democratico, con tutto il significato che comporta questa ritrattazione in termini di giustizia morale per una comunità che ha scommesso su un presente e un futuro di pace. Noi ritrattiamo come Stato e come Stato manifestiamo l’impegno irrinunciabile per il rispetto e la protezione dei Diritti Umani così come il nostro rispetto agli organi giudiziari che tutelano questi diritti. Riconosco nella Comunità di Pace di San José de Apartadó una coraggiosa rivendicazione dei diritti dei colombiani, poiché nonostante abbia sofferto il conflitto sulla propria pelle ha perseverato nel suo proposito di raggiungere la pace per il Paese. Non siamo d’accordo con frasi o atteggiamenti di stigmatizzazione nei confronti di coloro che cercano la pace e rifiutano la violenza ed anzi consideriamo che tutti i difensori della pace e dei diritti umani devono essere elogiati e protetti. PER QUESTO CHIEDIAMO PERDONO, CHIEDO PERDONO”.

Con questo gesto il Presidente ha voluto adempiere in maniera estemporanea all’ordine emanato dalla Corte Costituzionale nell’ Auto n. 164 del 6 luglio 2012[1] nel quale si stabilisce al primo punto risolutivo, ordinare al Ministro dell’Interno che “nel termine massimo di un mese contato a partire dalla comunicazione del presente Auto, coordini e metta in atto il procedimento per la presentazione ufficiale della ritrattazione di fronte alle accuse formulate contro la Comunità di Pace e i suoi accompagnanti, e la definizione di un procedimento per evitare future segnalazioni contro la stessa, come la definizione di un canale unico di comunicazione che riduca i rischi di segnalamento e incoraggi la ricostruzione della fiducia”.

La nostra Comunità di Pace considera positivamente i termini del gesto presidenziale e pensa che con questo si dà compimento a una parte dell’ordine n.1 dell’Auto 164/12 della Corte Costituzionale.

Anche se consideriamo sia positivo che il Presidente Santos abbia riconosciuto l’ingiustizia commessa e che tenti di risarcirla con parole che invitano il Paese e il mondo a rettificare una stigmatizzazione durata 9 anni - che ha giustificato oltre duemila crimini di lesa umanità con i quali hanno cercato di distruggerci -, resta in sospeso l’adempimento della seconda parte dell’ordine emesso dalla Corte Costituzionale che consiste nella “definizione di un procedimento per evitare future segnalazioni contro la stessa, come ad esempio la definizione di un canale unico di comunicazione che riduca i rischi di segnalamento e incoraggi la ricostruzione della fiducia”.

La nostra Comunità è profondamente dispiaciuta di non essere stata contattata in nessun momento dall’ufficio della Presidenza; di non essere stata previamente avvisata del suo proposito di ritrattazione – fatto di cui siamo venuti a conoscenza posteriormente attraverso la stampa – e di non aver valutato in modo concreto e reale le dimensioni e le conseguenze delle calunnie presidenziali in questi nove anni. Da quando è cominciato il mandato del Presidente Santos, la nostra Comunità ha protocollato al suo ufficio 12 diritti di petizione (derechos de petición), contenenti i fatti di barbarie a cui siamo stati e continuiamo ad essere sottomessi da parte dei suoi subordinati. Il Presidente non ha mai fornito alcuna risposta; il suo ufficio si è di fatto limitato a sottoporre i documenti ai nostri stessi carnefici, che in maniera persistente e contumace negano e affermano di non conoscere ciò che abbiamo sofferto sulla nostra pelle da parte delle loro mani criminali. Speriamo che il Signor Presidente decida di conoscere e valutare direttamente il processo sistematico di sterminio che militari e paramilitari in unità d’azione cercano di perpetrare contro di noi. La nostra esperienza di 16 anni passati a seppellire morti, affrontando montature giudiziarie della più alta e raffinata perversità; riparando senza alcun aiuto dello Stato le distruzioni provocate da saccheggi, incendi e distruzioni di case, coltivazioni e beni primari di sussistenza; prendendoci cura delle persone torturate e minacciate, vittime di bombardamenti indiscriminati e di scontri bellici realizzati ostinatamente in mezzo alla popolazione civile contro tutte le prescrizioni della Corte Costituzionale; cercando di evitare con diverse strategie gli avvelenamenti delle nostre fonti d’acqua, lo stupro delle nostre donne, giovani, bambini e perfino animali; le appropriazioni illegali e le incursioni congiunte di militari e paramilitari che mirano soltanto a seminare terrore, a impedire l’esercizio dei diritti civili e politici e a cercare un asservimento dei civili ai loro piani di controllo territoriale militare/paramilitare insieme, a beneficio di imprese con fini inconfessabili; protestando e denunciando lo spaventoso marciume dei poteri giudiziari e disciplinari della zona, che calpesta ogni norma legale e lascia nell’impunità assoluta tutti i crimini… tutta questa sofferenza ci impone con forza l’interrogativo se sia possibile fermare questa barbarie senza prendere una sola misura di correzione e sanzione nei confronti del personale militare e poliziesco che ha controllato la zona durante almeno gli ultimi tre lustri, in stretto coordinamento con strutture paramilitari terribilmente criminali. Perciò ci chiediamo con angoscia: sarà che le sole parole di perdono fermeranno il sistematico crimine contro l’umanità, definito nello Statuto di Roma come PERSECUZIONE, senza prevedere misure reali ed efficaci che chiariscano, correggano, sanzionino e riparino? La nostra Comunità continua ad aspettare almeno quello che la Corte Costituzionale nella sua saggezza ha definito come un procedimento per evitare futuri segnalamenti contro la nostra comunità e un canale unico di comunicazione che riduca i rischi di segnalamento.

Continuiamo anche ad aspettare il compimento delle altre 4 ordinanze impartite dalla Corte Costituzionale nell’Auto 164/12, che non sono state rispettate nei termini stabiliti dalla Corte, restando in attesa di nuove misure: 

- L’istituzione di una Commissione di Valutazione della Giustizia;

- L’istituzione di un progetto di prevenzione e protezione collettivo di vita, integrità, sicurezza e libertà della Comunità di Pace, così come l’adozione di un meccanismo di protezione che non aumenti il rischio per i suoi membri e accompagnanti;

- L’istituzione di un procedimento limpido e trasparente per gestire i reclami e le denunce della comunità di pace, mentre si arrivi a risultati efficaci nella Commissione di Valutazione della Giustizia e si possa istituire nella zona una Casa di Giustizia;

- L’istituzione di un procedimento di revisione e applicazione dei principi del diritto internazionale umanitario che rispetti insieme il dovere costituzionale della forza pubblica e i diritti della Comunità di Pace, alla luce del meccanismo adottato congiuntamente dalla forza pubblica e dalle comunità di pace nel 1998, che escludeva la presenza della forza pubblica nelle zone umanitarie se non per evitare problemi puntuali di ordine pubblico secondo la concezione delle comunità o delle case di giustizia.

Deploriamo profondamente che le decisioni e omissioni del Signor Presidente continuino senza una visibile comprensione del fatto che la nostra Comunità di Pace continua a soffrire un processo di sterminio e violazione dei suoi diritti fondamentali da parte dei suoi diretti subordinati e che, se non prende decisioni drastiche nei confronti di tutto ciò, continuerà a incorrere nella responsabilità di comando sugli esecutori dei crimini contro l’umanità, disattendendo norme concrete della Costituzione Nazionale e dei Trattati Internazionali sui Diritti Umani.

Esempio chiarissimo di tutto ciò è il suo negarsi ad esigere dal Ministro della Difesa l'osservanza della Sentenza 1025/07, malgrado le nostre ormai numerose petizioni affinché impartisca ordini precisi perché venga rispettata. Non concepiamo come l'ostinazione del Ministro della Difesa nel perpetuare in questo oltraggio, non abbia indotto il Presidente a destituire un funzionario che non rispetta la Costituzione e la Legge, e perché continui tollerando l'oltraggio in flagrante violazione della Costituzione Nazionale.

Un altro esempio di tutto ciò è quello di rifiutarsi di ordinare all'Esercito la restituzione alla sua famiglia e alla sua comunità del giovane BUENAVENTURA HOYOS HERNÁNDEZ, fatto sparire forzatamente il 31 agosto scorso nella frazione La Hoz di San José de Apartadó da un gruppo di paramilitari che attuano in stretta collaborazione con le truppe del Batallón Vélez della Brigada XVII dell'Esercito, lo stesso Battaglione che commise l'orrendo massacro del 21 febbraio 2005. Il ripugnante cinismo con cui il Governo risponde agli organismi intergovernativi che gli chiedono di consegnare il giovane scomparso, affermando che lo stanno cercando negli ospedali e ai capolinea dei trasporti, mentre sanno fin troppo bene che truppe congiunte di militari e paramilitari lo hanno sottratto a ogni protezione giuridica dei suoi diritti e lo hanno sommerso in un'assoluta indefinitezza esistenziale. Questo è un caso in più che ci porta a chiederci fino a che punto le parole – incluse quelle che hanno chiesto il Perdono – possano invece servire da copertura alle barbarie e legittimare gli Stati che hanno perfino sottoscritto accordi internazionali come la Convención Interamericana contra la Desaparición Forzata de Personas, cancellando con i fatti quello che si sottoscrive solennemente nei forum delle nazioni.

Il persistere inclemente della PERSECUZIONE ci obbliga ad aggiungere a questo comunicato l'elenco degli ultimi FATTI che abbiamo sofferto:

· Venerdì 6 dicembre 2013, verso le 14.30, nella fazione Miramar si è sentita l’esplosione di una bomba, cosa che ha gettato nel panico la popolazione del luogo. Ci siamo immediatamente ricordati di FRANCISCO PUERTAS, coordinatore di questa Zona Umanitaria della nostra Comunità di Pace, assassinato il 14 maggio 2007 al capolinea dei trasporti di Apartadó, area che per molti anni è stata un luogo di terrore a causa di strutture paramilitari patrocinate dalla Polizia di Urabá. Francisco, con notevoli sforzi, aveva costruito una tettoia di rami intrecciati protetta da recinzioni e bandiere della pace dove la popolazione civile poteva trovare rifugio in momenti come questo. Il Governo, come riportato in un documento consegnato alla Corte Interamericana sui Diritti Umani, si rifiutò di riconoscere questa Zona Umanitaria e, con l'omicidio di Francisco, venne distrutta quest'umile tettoia protettrice. Ora militari e paramilitari diffondono ampie ondate di terrore contro la popolazione del luogo.

· Domenica 8 dicembre 2013 , verso le 14:00, nel centro urbano di San José de Apartadó, si è svolto un combattimento tra guerriglieri e forza pubblica. Come spesso accade, la popolazione del centro urbano e coloro che transitavano nella zona si sono ritrovati in mezzo al fuoco incrociato. Ancora una volta si son potute vedere le conseguenze del rifiuto da parte del Governo di rispettare le varie sentenze della Corte Costituzionale che proibiscono di istituire basi militari e della polizia in mezzo alla popolazione civile, poiché, invece di servire come protezione, finiscono per utilizzare i civili come scudo per i militari, ponendoli così in una situazione di estremo rischio.

Mercoledì 11 dicembre 2013 , in mattinata, una donna che fa parte della nostra Comunità di Pace, è stata abbordata da un funzionario del Dipartimento Amministrativo per la Prosperità Sociale, l'antica Acción Social della Presidenza, che in anni anteriori aveva ricoperto l'incarico di Difensore Comunitario nella zona. Il funzionario le ha offerto di svolgere dei servizi per ottenere un indennizzo amministrativo per un suo familiare vittima della violenza, senza che nessuno venisse a conoscenza dell’illegalità del procedimento. Il funzionario le ha dato ad intendere che molta gente si era comportata così, ed era cosciente del fatto che la nostra Comunità di Pace, nelle assemblee decisionali alle quali partecipano tutti i membri della Comunità, ha deciso di non avallare il meccanismo della riparazione amministrativa, poiché non contempla la giustizia e finisce per considerare le vittime come una merce la cui vita e dignità possono essere scambiate con denaro. Evidentemente questo funzionario compie una strategia clandestina di irrisione e distruzione dei nostri principi etici.

· Negli ultimi giorni siamo venuti a conoscenza delle risposte che la Defensoría del Pueblo ha inoltrato alle comunità e organizzazioni di altri Paesi che hanno reclamato la restituzione con vita del giovane Buenaventura Hoyos, fatto scomparire forzatamente il 31 agosto di quest'anno da gruppi congiunti di militari e paramilitari. La Defensoría ritiene adeguate le risposte del Governo nelle quali si afferma che si sta cercando il giovane in ospedali, cliniche, capolinea di mezzi di trasporto e istituti penitenziari, metodi inadeguati per ottenere la restituzione di un giovane i cui rapitori sono intimamente connessi con agenti dello Stato. Questo è stato confermato da una delegazione di 150 persone che ha visitato la zona tra il 6 e il 10 ottobre scorso nel tentativo di riscattare il giovane. La delegazione era composta da persone che fanno parte di gruppi umanitari di otto diversi paesi, da giornalisti di diversi mezzi di comunicazione e da delegati di comunità indigene e contadine di varie parti del Paese. La Defensoría non ha compiuto con il suo dovere di riscattare il ragazzo obbligando gli agenti statali e parastatali che lo mantengono nella condizione di scomparso, a consegnarlo. Per via di tutto questo non possiamo non vedere in questi atteggiamenti forme di complicità, sapendo che la Defensoría è stata voluta dalla Costituzione del 1991 per attuare e non per essere spettatrice attonita della distruzione di tutti i valori nazionali e universali.

Con questa attestazione la nostra Comunità di Pace vuol far conoscere a tutte le comunità e alle persone che in diverse parti del Paese e del mondo ci hanno aiutato a mantenere alti i nostri valori e principi con solidarietà incorruttibile, e ai numerosi mezzi di comunicazione e organizzazioni e settori della società civile che hanno sollecitato la nostra reazione e analisi riguardo alle dichiarazioni presidenziali di perdono. Nessun evento, per importante che sia, può farci perdere di vista la prospettiva della difesa di alcuni valori e principi che abbiamo costruito in mezzo a spaventose sofferenze, in mezzo a processi di resistenza che sono costati la vita a centinaia di nostri fratelli e sorelle.






* Si ringrazia per la traduzione: Carla Mariani, Gaia Capogna, Floriana Fragnito

[1] Auto, Decreto di ottemperanza di una sentenza già emessa e non osservata , n.d.t.

é possibile scaricare il documento al seguente indirizzo: https://sites.google.com/site/amnestyinternationalgruppo208/colombia/comunidad-de-paz-de-san-jose-de-apartado/ilpresidentecihachiestoperdono

martedì 24 dicembre 2013

Comunità di pace di San José de Apartadó - Colombia

In occasione del conferimento della cittadinanza onoraria da parte del Comune di Narni alla Comunità di Pace di San José de Apartadó e al noto difensore dei diritti umani padre Javier Giraldo Moreno, il Circolo culturale "primomaggio", in collaborazione con LIBERA e con la Rete Italiana di Solidarietà "Colombia vive", ha organizzato il 26 ottobre 2013 un incontro presso la Libreria "Musica e libri" di Bastia.
Alla Comunità di pace colombiana, TeF Channel ha dedicato una puntata della trasmissione "Bastia e dintorni", condotta dalla giornalista Roberta Bistocchi, andata in onda mercoledì 6 novembre 2013.



sabato 1 giugno 2013

Lo stato Colombiano costretto a rettificare le accuse di Uribe contro la Comunità di Pace di S.Josè di Apartadò

Il 21 e 22 febbraio sono state ammazzate con ferocia inaudita da appartenenti alla XVII Brigata dell'esercito colombiano 8 persone ( tra cui alcuni bambini ) membri della Comunità di san José de Apartadò (dipartimento Antioquia) che dal 1997 si era costituita in zona umanitaria, secondo le convenzioni internazionale, e poi in Comunità di pace e di resistenza civile nonviolenta; comunità che dal 1997 ha avuto più di 200 persone ammazzate dai diversi attori armati, ma in gran parte dall'esercito e dai paramilitari oltre che dalle Farc. 

L'allora presidente Alvaro Uribe ebbe la cinica sfrontatezza di giustificare questo assassinio sostenendo con palese menzogna che nella Comunità c'erano simpatizzanti e amici delle Farc

La comunità da allora ha rotto ogni comunicazione con le Istituzioni, eccetto la Corte Costituzione, che in Colombia è ancora un saldo pilastro del diritto, sostenendo di aver il diritto al risarcimento morale da parte dello Stato perché quel massacro era stato un assassinio di Stato. 

Ieri finalmente lo Stato, nella persona dell'attuale presidente Santos (che all'epoca dei fatti era vicepresidente) è stato "costretto" dalla Corte Costituzionale a rettificare pubblicamente le dichiarazioni fatte a suo tempo da Alvaro Uribe, restituendo onore e dignità ad una comunità che ancora oggi viene minacciata per la scelta di non prendere le armi a favore di nessuno attore armato e di denunciare ogni violenza che avviene in zone rurali molto complesse.

per saperne di più: http://cdpsanjose.org/?q=node/262




venerdì 17 maggio 2013

Los Pecados de la Guerra

Questo documentario racconta le più recenti atrocità contro la Comunità di Pace di San Josè di Apartadò e la popolazione circostante da parte della forza pubblica, oltre al massacro del 21 febbraio 2005.
Il video è stato realizzato e pubblicato da TAInfrarrojo


altri video sono visualizzabili anche sul sito della Comunità di Pace di San Josè di Apartadò.

domenica 12 maggio 2013

L’Esercito Nazionale colombiano responsabile per i fatti accaduti il 21 febbraio del 2005



Colombia 
Venerdì 10 Maggio 2013 10:30

Il seguente testo è tratto da una registrazione audio effettuata dai volontari di Operazione Colomba il 23 marzo del 2013 nel corso delle celebrazioni per il sedicesimo compleanno dellaComunidad de Paz. In questa occasione, Jorge Molano (1) ha riferito alla comunità i risultati ottenuti dalle indagini, attualmente in corso, sui fatti avvenuti il 21 febbraio del 2005 nelle veredas (2) la Resbalosa e Mulatos.

Dall’analisi di alcuni documenti segreti, conservati negli archivi militari dell’Esercito Nazionale colombiano, emerge che le violazioni perpetuate sulla popolazione civile il 21 febbraio del 2005 non sono da considerarsi come casuali e isolate, ma corrispondono a una precisa politica militare pensata e diretta all'interno del comando generale dell’Esercito a Bogotà. Ufficiali, sub-ufficiali e soldati vengono addestrati con appositi manuali indicanti i nomi e le strategie militari da attuare contro tutti coloro che sono considerati i nemici dello Stato. In merito a ciò, nel corso delle indagini è emersa la presenza di un manuale militare risalente al febbraio del 2002, edito dal centro di educazione militare dello Stato colombiano, Escuela de Armas y de Servicio, dal titolo: Comunidades de Paz. Questo significa che le Comunità di Pace già dall'anno 2002 erano considerate di interesse speciale e strategico all'interno del piano militare e politico dell'Esercito Nazionale colombiano. Per tanto, la responsabilità per le violazioni commesse, non sono da attribuirsi in modo esclusivo alla Brigata XII (3), ma corrispondono a una precisa strategia militare pensata nel Centro di Formazione dell'Esercito Nazionale di Bogotà. 
Questo manuale si concentra specificatamente sulle comunità del Chocò e sulla Comunità di Pace dell’Urabà Antioqueno. Il manuale non riporta per esteso il nome della Comunitad de Paz de San Josè de Apartadò, ma non essendo presente nessun’altra comunità di pace all'interno dell’Uraba antioqueno, quest'ultima è da considerarsi come l'unica comunità oggetto di indagine speciale in tutta la regione di Antioquia. Il manuale, approssimativamente di 90 pagine, raccoglie la storia, la formazione, la filosofia e la strategia politica delle comunità. All’interno dello stesso, la Comunidad de Paz di San Josè è considerata un attore attivo all’interno del conflitto colombiano, proprio come le organizzazioni paramilitari e la guerriglia, capace di inclinare la pace e la stabilità dello Stato.
Nelle pagine introduttive del testo, è possibile leggere la seguente frase:
“[…] Por tal motivo es de obligatorio conocimiento para nosotros como militares para tener un mayor conocimiento y poder manejar estas comunidades dentro del ámbito de la Guerra Política en Colombia […].”
Questo dimostra che: lo Stato Colombiano a partire dal Ministero della Difesa, dall'anno 2002, aveva messo per iscritto l'intenzione di avviare un'azione di guerra nei confronti della Comunità, come uno degli obbiettivi strategico-militari della guerra in Colombia. 
Un aspetto altrettanto importante nel determinare la responsabilità dello Stato Colombiano per le violazioni commesse nel 2005 è la scoperta di tre documenti segreti trovati negli archivi del DAS (4).
Il primo documento è stato scritto in data 20 gennaio 2005 (all’incirca 30 giorni prima della morte di Luis Eduardo Guerra, leader della Comunità al momento dell’accaduto) dal Sig.re Ederson Blaco Consuegra, l'allora capo operativo del dipartimento del DAS della città di Apartadò e indirizzato al Comando del Das di Antioquia. Nel testo è possibile leggere per esteso i nomi e il numero della carta d'identità di tutte le persone oggetto d’indagine segreta nella sede operativa del DAS di Apartadò:
“Wilson David, Eduar Lancheros Jimenez, Arturo David Usuga, Lubian de Jesus Tuberquia Sepulveda, Luis Eduardo Guerra Guerra, Gildardo Tuberquia Usuga, Jesus Emilio Tuberquia, Antonio Javier Sanchez Higuita, Marina Osorio, membri della Comunidad de Paz de San Josè.”
Un altro documento, considerato rilevante ai fini dell’indagine giudiziaria, è stato realizzato in data 17 gennaio del 2005 dal capo operativo del dipartimento del DAS di Apartadò e indirizzato alla Banca (BBVA) (5), sezione di Apartadò. In questo secondo documento, il DAS chiede alla banca di fornire informazioni dettagliate sul conto corrente bancario delle seguenti persone: Wilson David Higuita, Amanda Usuga Piedrahita, Lubian de Jesus Tuberquia Sepulveda, Luis Eduardo Guerra Guerra, Gildardo Tuberquia Usuga, Jesus Emilio Tuberquia, specificando che su di loro è in corso una indagine speciale del DAS. La Banca (BBVA) invierà una lettera di risposta al DAS, in data 2 febbraio 2005 (19 giorni prima della morte di Luis Eduardo Guerra Guerra), fornendo tutte le informazioni ad essa richieste. 
Questi documenti dimostrano che la responsabilità per le violazioni avvenute il 21 febbraio del 2005, con la morte di Luis Eduardo Guerra, Alfonso Bolivar Tuberquia Graciano e altre sei persone, di cui tre bambini, a Mulatos e alla Resbalosa, non sono da attribuirsi al solo comando della Brigata XII, ma in modo preponderante al DAS e con la compiacenza di altri istituti privati, quali la banca BBVA.


Infine, un terzo documento con data 9 febbraio 2005, indirizzato al Direttore generale del DAS, Jorge Aurelio Noguera Cote, ed emesso dalla sezione del DAS di Apartadò indica Luis Eduardo Guerra Guerra e Alfonso Bolivar Tuberquia Graciano, segnalati con una foto identificativa, come sovversivi e coinvolti con le azioni militari del Quinto battaglione delle FARC.

Dall’analisi di questi tre elementi emerge che le azioni compiute il 21 febbraio del 2005 sono state deliberatamente pianificate e messe in pratica dallo Stato colombiano. Infatti, almeno due delle vittime del massacro comparivano all’interno della lista delle persone oggetto delle indagini del DAS e all’interno dei documenti sopra citati.

I meccanismi utilizzati dallo Stato per mascherare il crimine.
Nei giorni precedenti al massacro, l’esercito manipolò le coordinate delle truppe per non far emergere la presenza dei militari sul luogo del massacro. Nel corso di uno dei primi dibattiti, avvenuto nel Congresso della Repubblica, la difesa dell’esercito sostenne con veemenza l’impossibilità della presenza di truppe della Brigata XII nel luogo e nel momento del massacro, dimostrando con false prove che le truppe si trovavano a 7 giorni di distanza dal luogo oggetto d’indagine. 
Tuttavia, l’accusa ha dimostrato che il dipartimento del DAS aveva dato ordine, in data 18 febbraio 2005, di alterare le coordinate delle truppe modificando documenti e gli archivi contenuti nei computer dell’Esercito Nazionale colombiano. Le truppe della Brigata XII, mentre si trovavano nella vereda de la Union, dichiararono al comando generale di trovarsi all’interno della base operativa di San Josè. 
Inoltre, il Capitano Gordillo, capo delle truppe sul terreno, nel corso di una trasmissione televisiva del 2005 dichiarò che egli, nel momento esatto in cui avveniva il massacro, si trovava nel Chocò quando in realtà, nel corso delle indagini, è emerso che egli era fisicamente presente nell’area della Resbalosa e di Mulatos. Questo significa che il Capitano Gordillo non solo era a capo del Battaglione della Brigata XII, ma era anche il capo militare della truppa che coordinava le azioni militari sul terreno, il quale doveva tenere informati i capi generali delle azioni compiute sul luogo del massacro.
Inoltre, nei giorni precedenti la creazione della Commissione Giudiziaria, è stato dimostrato che un elicottero atterrò nel luogo del massacro con a bordo il Comandante generale della Brigata XII, Hector J. Fandino, e che egli in presenza di alcuni paramilitari e militari dichiarò: “avete agito al di là dei vostri ordini”. Successivamente le indagini hanno riportato che lo stesso Generale Fandino riunì le truppe militari e le informò sul comportamento da tenere e le dichiarazioni da fare alle autorità che, nei giorni seguenti, sarebbero arrivate per indagare sui fatti. Negli stessi giorni, anche il Capitano Gordillo venne richiamato al Comando Generale di Bogotà per essere informato sulle dichiarazioni da rilasciare durante l’interrogatorio.
Il terzo meccanismo utilizzato per mascherare la responsabilità dell’esercito è stato quello di affidare la protezione e la tutela degli investigatori agli esecutori del massacro. Alcuni giorni dopo la strage, infatti, arrivarono sui luoghi dell’accaduto giudici e investigatori sotto il comando del Capitano Gordillo. 
Il colpevole della violazione dei diritti umani venne dunque incaricato di proteggere la giustizia. 
Alla luce di questi fatti è possibile capire perché le indagini abbiano subito intoppi e rallentamenti, dirigendosi verso altri indiziati con l’ausilio di false testimonianze. Polinar, Quintan Tuberquia, Mariza Munoz risultano essere i tre testimoni pagati dall’Esercito per mentire nel corso del processo. Durante l’interrogatorio i tre dichiareranno che: “La Fuerza Armada Revolucionaria de Colombia è l’unico responsabile dei fatti accaduti il 21 febbraio del 2005. Inoltre, affermarono che Luis Eduardo Guerra Guerra già da alcuni giorni prima della sua morte aveva maturato la decisione di ritirarsi dalla Comunidad de Paz.” Negli stessi giorni in cui avverranno gli interrogatori ai falsi testimoni, anche l’ex-Presidente Alvaro Uribe Velez affermerà pubblicamente che la responsabilità di quanto accaduto in data 21 febbraio del 2005 è da attribuirsi in modo esclusivo alle FARC.
I tre elementi sopra menzionati ci mostrano come l’Esercito e lo Stato colombiano abbiano architettato false prove e tentato si sabotare le indagini al fine di fare ricadere sulle FARC la responsabilità dei fatti accaduti e screditare di fronte all’opinione pubblica l’immagine dellaComunidad de Paz di San Josè de Apartadò.
Nel corso delle ultime indagini è emerso anche che i testimoni ricevettero 3 milioni di Pesos dall’Esercito colombiano. Nel municipio di Turbo, venti giorni dopo il massacro, avverrà una riunione nella quale il Colonello Nestor Ivan Duque, comandante del battaglione Munoz, riceverà tre milioni e mezzo di Pesos dal capo paramilitare dell’area “bananera”, comunemente chiamato H.H. Eber Belosa, per pagare i tre testimoni. Durante il processo lo stesso Colonnello Nestor Ivan Duque, dichiarò di essere stato obbligato a mentire e di avere usufruito del programma di protezione dei testimoni del Ministero dell’Interno che comprendeva: un sussidio mensile, una casa a Bogotà e un corpo di protezione speciale per circa sei mesi.

Le persone responsabili del crimine
Le investigazioni hanno dimostrato che in data 15 febbraio del 2005, nel municipio di Turbo avvenne una riunione tra i capi militari, tra i quali il Colonnello Nestor Ivan Duque e il Generale Fernando Augusto Castro e i tre capi paramilitari operativi nell’area di Antioquia (comunemente chiamati Raton, Jonas e Melaza). Durante la stessa riunione ai tre capi paramilitari venne affidato il compito di affiancare le azioni militari delle brigate dell’Esercito Nazionale presenti nella zona. Ciò significa che, all’intera operazione militare parteciparono circa 120 persone dell’Esercito Nazionale e 60 persone delle due unità paramilitari, per un totale di 180 persone.

Le persone condannate
Il Capitano Gullermo Armando Gordillo, capitano delle 4 unità militari responsabili del massacro, si è dichiarato colpevole e disponibile a collaborare con la giustizia. Il tenente Edgar Garcia Estupinan, il sub-tenente Alejandro Jaramillo Giraldo, il sub-tenente Jorge Humberto Milanese e il sergente Josè Dario Abrango, capi militari delle singole unità, sono stati dichiarati colpevoli. Sono assolti il colonnello Orlando Espinoza Beltran, comandante del battaglione e il maggiore Josè Fernando Castano. Tutte le altre persone coinvolte nel massacro sono, ancor oggi, in attesa di giudizio. Riguardo ai paramilitari coinvolti nell’operazione militare sono state condannate solo 18 persone (su 60) le quali appellandosi alle legge di Justicia y Paz hanno potuto scontare una pena minima di soli otto anni. Nel 2014 saranno già decorsi gli otto anni di carcere previsti per i condannati e la maggior parte dei paramilitari che ha usufruito della legge di Justicia y Paz sarà rimessa in libertà.

Obbiettivo finale dell’intero processo
Ad oggi sono stati condannati per i reati commessi solo ufficiali e sotto-ufficiali, mentre sono rimasti impuniti i capi al vertice dell'operazione militare e paramilitare.
L’ultimo obbiettivo delle indagini e dell’intero processo sarà dimostrare la responsabilità del Presidente Alvaro Uribe Velez, del Vicepresidente della Repubblica e del comandante della Forza militare dell’Esercito nei massacri avvenuti il 21 febbraio del 2005 nell’area dellaResbalosa e di Mulatos.


(1) Jorge Molano è l’avvocato che sta seguendo le indagini sul processo in corso, a carico non della Comunidad de Paz ma di Gloria Quartas, sindaco di Apartadò durante le stragi del febbraio 2005. Quest’ultima ha deciso di denunciare le violazioni compiute sulla popolazione civile assumendo la figura di Actor Popular all’interno del processo. Secondo tale figura giuridica chiunque può considerarsi parte lesa per la violazione di un diritto fondamentale subito da terzi e avviare una procedimento legale. 
(2) La vereda la Resbalosa e la vereda Mulatos sono due frazioni del comune di Apartadò. La maggior parte delle terre di queste due frazioni sono di proprietà della Comunità. 
(3) La Brigata XII è un’unità dell’Esercito Colombiano con il compito di controllare alcune aree della regione di Antioquia e di Cordoba ivi comprese le aree della la Comunidad de Paz. La base operativa di tale unità militare risiede a San Josè de Apartadò.
(4) Dipartimento amministrativo di sicurezza (DAS). Attualmente tale istituto è stato sostituito dall’Ufficio Immigrazioni a causa di uno scandalo avvenuto nel 2010, nel quale molti funzionari del DAS erano stati accusati di essere corrotti e di aver favorito le organizzazioni illegali con informazioni segrete su politici e magistrati dello Stato.

mercoledì 1 maggio 2013

I líderes massacrati nel 2005 erano tenuti sotto controllo da militari e dal DAS.


Domani il General Luis Alfonso Zapata, sarà interrogato nel processo contro membri dell'esercito per la sua partecipazione nel massacro di 8 persone della Comunità di Pace di San José de Apartadò, il 21 febbraio del 2005.

Alcuni testimoni lo accusano di aver autorizzato l'operazione che si è conclusa con il massacro.

Oltre che per questa accusa il Generale dovrà rispondere di un manuale che è stato consegnato alla Corte penale internazionale.
In questo manuale si evidenzia come vari leader (inclusi quelli uccisi a San Jose) venivano tenuti sotto controllo da militari e dal DAS.

Un manuale di persecuzione contro la Comunità di Pace di San José de Apartadò, Colombia dal quale si rileva che alla data di febbraio 2002, nella sua parte introduttiva, si avverte che "noi come militari abbiamo l'obbligo di conoscerlo, per sapere come comportarci con queste comunità nell'ambito della guerra politica".

Questo lavoro è stato fatto congiuntamente con il DAS, che consegnò un monitoraggio su Luis Eduardo Guerra 12 giorni prima del suo assassinio a Mulatos ( vereda de la Comunidad de Paz de San José de Apartadò).
Secondo quanto emerge dal manuale anche le ONG e associazioni internazionali che accompagnano la Comunità di Pace sono state messe sotto controllo.

PER SAPERNE DI PIU' : http://www.eltiempo.com/justicia/ARTICULO-WEB-NEW_NOTA_INTERIOR-12766721.html

http://www.eltiempo.com/justicia/militares-involucrados-en-masacre-de-san-jose-de-apartado_12746798-4